BENVENUTO DISERTORI, un artista fuori tempo

disertori1 (2)Sembra la principessa Leila di Guerre Stellari con un corpo da Barbie, ma in realtà ha più di cento anni ed è uno dei primi nudi incisi di un artista italiano non particolarmente noto al grande pubblico, che potremmo definire come un vero artista di nicchia: Benvenuto Disertori (Trento 1887 – Milano 1969). Credo che oggi sarebbe soddisfatto di aver mantenuto anche nei posteri lo stesso profilo basso che aveva cercato in vita. 

Figura piuttosto anomala nel panorama artistico italiano del primo Novecento, Disertori è stato un incisore raffinato ed elegante ma completamente e volutamente estraneo alle avanguardie che si manifestavano in Italia negli stessi anni: il Futurismo, l’Espressionismo, il ritorno all’ordine di Novecento, la Metafisica. Il rinnovamento del linguaggio figurativo non era un tema che lo appassionava: l’acquaforte che vedete è stata realizzata fra il 1911 e il 1913 ed è certamente più vicina ai lavori grafici di Francesco Nonni o di Adolfo De Carolis – che si attardavano su linearismi art nouveau – piuttosto che alle sperimentazioni degli stessi anni di Adolfo Wildt, di Alberto Martini, di Umberto Boccioni, di Lorenzo Viani o di Felice Casorati, suoi coetanei o di qualche anno più anziani di lui, eppure decisamente più innovativi.

Uomo colto e raffinato, dotato di una vena artistica che perseguiva in modo schivo e solitario, viveva ritirato ma in perenne attività, assorbito dai suoi molteplici interessi che erano, oltre all’incisione, la letteratura, l’astrologia, la storia dell’arte, gli strumenti musicali antichi e le antiche partiture. Pochi i contatti con il mondo: l’insegnamento all’Accademia di Brera (cattedra di incisione dal 1931) e alla Facoltà di Paleografia Musicale di Parma, i rapporti con le case editrici, per le quali realizzava disegni e illustrazioni, e con le redazioni della rivista L’Eroica e della rivista Emporium, sulla quale pubblicava articoli sull’incisione e la storia dell’arte. Sceltissime anche le sue frequentazioni: Vittorio Pica, Ettore Cozzani e soprattutto molti musicisti, con i quali si dilettava a suonare su strumenti antichi le partiture barocche decifrate e trascritte da lui stesso. Gli strumenti antichi di sua proprietà sono oggi conservati nel museo del Castello Sforzesco, mentre la sua amplissima biblioteca è stata donata alla Biblioteca Braidense.

Da giovane si atteggiava a dandy decadente e si faceva ritrarre nelle pose di Oscar Wilde e con un taglio di capelli alla Beardsley, di cui amava considerarsi un epigono; nella maturità rifuggiva i riflettori e perseguiva una strada controcorrente, isolandosi in una sorta di bolla fuori dal tempo: sceglieva un mezzo espressivo poco praticato come l’incisione (recuperando tra l’altro tecniche desuete come il bulino), guardava al passato proprio mentre il mondo artistico cercava il rinnovamento del linguaggio, si attardava fuori tempo massimo su un gusto liberty che era già tramontato.

Negli ultimi vent’anni della sua vita si allontana poi progressivamente dall’incisione, approfondendo soprattutto gli studi musicali (la sua ultima acquaforte è infatti del 1949); quando muore nel 1969 è già da tempo ai margini dell’interesse della critica. Non c’è da stupirsi quindi che oggi Benvenuto Disertori sia poco noto. Come scriveva nel 1972 Paolo Bellini (che ne ha curato poi insieme ad Alessia Alberti il catalogo ragionato pubblicato nel 2000), si può serenamente affermare che l’arte disertoriana non comporta contributi decisamente nuovi nell’ambito della creazione artistica del periodo in cui egli ha operato. Lo stesso Bellini però – pur riconoscendo che le sue scelte stilistiche non sono sempre state in linea con i tempi – sottolinea l’importanza e il valore di Disertori come divulgatore delle arti grafiche e incisorie: a lui si deve la riuscitissima monografia del 1931 L’incisione italiana, una copia della quale, firmata e dedicata a D’Annunzio, è presente anche nella biblioteca del Vittoriale.

In effetti, scorrendo il corpus delle sue incisioni (138 fra litografie, silografie, acqueforti, puntesecche, bulini), non tutto brilla dello stesso charme: a proposito delle numerose vedute di città (San Gimignano, Perugia, Gubbio, Roma, luoghi da lui molto amati), che sono considerate da alcuni critici (Bellini in primis) il meglio della sua produzione, mi ritrovo invece d’accordo con il commento poco entusiastico che faceva Petrucci nel 1917:

(…) per avvicinarsi sempre più all’arcaismo quasi ascetico delle vecchie incisioni italiane e tedesche dei libri illustrati del Quattrocento, (Disertori) ha ridotto la tecnica varia, ricca e sensuale dell’acquaforte ai suoi minimi termini, rinunciando volontariamente ad ogni grazia di chiaroscuri (…); tale deliberato e ricercato proposito di mascherare da vecchia incisione su legno l’acquaforte (…) presenta l’inconveniente abbastanza grave di dare a tutto l’insieme un non so che di asciutto e di monotono.

Questo concetto veniva rimarcato da Petrucci anche nel suo saggio successivo del 1950, scritto in occasione di una mostra di Disertori alla Calcografia Nazionale: sempre a proposito delle sue vedute di città, scriveva che queste affidano il senso spaziale alla prospettiva lineare più che a quella aerea. In sostanza mancavano completamente di atmosfera, quella terza dimensione capace di far vibrare anche le più esatte e meticolose ricostruzioni architettoniche. Sarà per questo che ogni volta che mi è capitata l’occasione di trovare una di queste acqueforti in asta non mi sono mai fatta tentare, pur riconoscendone la maestria.

Molto più interessanti invece, a mio parere, sono i suoi fogli di gusto liberty, popolati da silhouette femminili eleganti come gli intrecci vegetali che fanno da sfondo, per esempio La ninfetta (1913) o Il pero (1948), ai quali appartiene anche la mia acquaforte, L’edera (1911-1913). Composizioni dal tratto lineare e nitido, eleganti nella contrapposizione dei neri del fogliame e dei bianchi dei nudi.

Trovo interessanti anche le sue incisioni su legno, soprattutto quelle realizzate fra il 1910 e il 1920, contrassegnate da un segno scarno ed essenziale.

Tutte le incisioni di Disertori hanno avuto una ridotta tiratura e una limitata diffusione sul mercato e anche questo ha contribuito alla poca notorietà del loro autore. Sappiamo che, prima del 1922, Disertori eseguiva per ogni lastra 3/4 prove solamente; in seguito, lavorando a Milano con lo stampatore Fusetti, aveva aumentato leggermente il numero delle copie, ma sempre secondo necessità, senza quasi mai fare tirature programmate. E’ opinione degli eredi che mediamente di ogni opera non esistano in circolazione più di 20 esemplari, ad eccezione dell’incisione L’arco di Tito, stampata in 1000 esemplari nel 1918 in occasione di una esposizione alla Permanente di Milano. Quasi tutti i fogli sono privi di numerazione o, quando questa è presente, risulta invertita rispetto alla prassi: prima compare il numero totale della tiratura, poi il numero dell’esemplare. La maggior parte delle sue incisioni sono firmate in lastra (al modo antico: B.M.Disertori inc. e dis.) e spesso anche a matita. 

Quasi del tutto assenti le tirature postume. Le lastre mi sembra siano ancora in mano agli eredi. Nel 2000, in occasione della pubblicazione del catalogo generale, sono state ristampate 3 lastre: Gatto II, Veduta di Gubbio e Arezzo, la torre civica. Ne sono stati stampati 30 esemplari per ciascuna.

Sappiamo che Disertori non incideva mai di slancio: Petrucci faceva notare come in molti casi, se non fosse stato per la presenza di qualche velatura, si stenta addirittura a riconoscere la stampa dal disegno preparatorio originale. Ogni incisione infatti era meditata a lungo, elaborata con schizzi a matita o a inchiostro a cui seguiva un disegno preparatorio accurato; il disegno definitivo veniva poi trasposto su lastra nel modo tradizionale, con la carta da lucido. Questo meticoloso sistema, inevitabilmente, aveva il difetto di togliere freschezza al segno originario, che invece era sciolto ed espressivo, come possiamo constatare curiosando in rete nel Fondo Benvenuto Disertori conservato a Milano. Allo stesso tempo questa lentezza di elaborazione ci rende più comprensibile la sua curiosa passione per la tecnica del bulino, che è fra tutte le tecniche incisorie quella meno spontanea e immediata.

20201223_113505 (2)Nella corposa raccolta milanese dei suoi disegni si trovano anche alcuni schizzi preparatori per L’edera (quiqui) e un disegno di studio per il coperchio di un cofanetto in legno e argento che riprende lo stesso profilo di fanciulla (qui accanto). Il soggetto di questa acquaforte ha una storia curiosa: sappiamo da uno scritto di Nino Barbantini del 1914 – e parzialmente da ciò che è scritto in francese sul cartiglio arrotolato di fronte alla fanciulla – che è stata realizzata dal giovane Disertori per prendere in giro il proprio dolore seguìto ad una piccola delusione d’amore. La causa, neanche a dirlo, sembra sia stata la delicata e longilinea fanciulla lì immortalata, che pare rispondesse al nome di Giovanna. Per dimenticare le sue pene d’amore il nostro avrebbe disegnato in un solo giorno le 3000 foglioline della pianta d’edera. Senza voler contraddire ciò che dice Barbantini, faccio notare soltanto che la stessa curiosa acconciatura della fanciulla compare anche nel ritratto a matita di una certa Laurina (qui), anche questa presente nella raccolta milanese dei suoi disegni. Ma forse a quei tempi tutte le delicate e longilinee fanciulle si pettinavano con eleganti trecce arrotolate ai lati della testa…

Nella bellezza di questa fanciulla (Giovanna o Laurina poco importa) i critici hanno trovato echi dell’estetica di D’Annunzio (di cui certamente Disertori era grande ammiratore) e di un certo immaginario decadente fin de siècle, popolato da ninfe algide e intangibili, impeccabili nella loro nudità freddina, ispiratrici di amori malinconici e – va da sé – infelici. Io preferisco volare basso e rintracciare nella grazia allungata di questa ninfa il segno anticipatore di moderni illustratori e fumettisti. Spero che Disertori non me ne voglia se, incantata dalla sua incisione, mi sono tornate in mente le ninfe del Preludio al pomeriggio di un fauno di Bruno Bozzetto nel suo indimenticabile Allegro non troppo, che posto appena sotto.

Benvenuto Disertori – L’edera – 1911-1913 – acquaforte e bulino – lastra mm. 201×273 – inciso mm. 173×220 – carta pesante con filigrana

3 pensieri su “BENVENUTO DISERTORI, un artista fuori tempo

  1. Che dire…ogni volta scopro un mondo !
    Trovo comunque interessanti gli scorci cittadini,tecnicamente perfetti,che mi permetterei di paragonare agli analoghi paesaggistici del Colombara nel suo periodo “intermedio”.
    Brava!

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