Futurismi in aria: l’Aeropittura di GERARDO DOTTORI

20210831_171908 (3)Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Futurismo: ne immagino alzata solo qualcuna, forse quella di quei pochi irriducibili che nelle ore di educazione artistica alle scuole medie hanno giocato a Tris o a Battaglia navale, hanno poi accuratamente dribblato lo scontatissimo collegamento di tesina Prima Guerra Mondiale – interventismo – Futurismo e infine, negli anni successivi, non hanno più  intercettato la storia dell’arte o l’hanno schivata senza sentirsi troppo in colpa. E adesso alzi la mano chi non conosce l’Aeropittura: immagino che le mani alzate comincino ad essere più numerose. Fino a qualche anno fa, confesso, poteva esserci anche la mia. Ecco perché oggi devio dalla linea che mi ero imposta (occuparmi di incisori) e dedico il post ad un artista che nella sua lunga carriera si è cimentato con le tecniche incisorie in modo molto marginale e solo alla fine della sua vita (e ho tra l’altro il sospetto che lo abbia fatto per banali motivi commerciali), ma ha però avuto il pregio di farmi esplorare quella variegata ramificazione del Futurismo chiamata appunto Aeropittura. L’artista è Gerardo Dottori (1884/1977), che ne è stato uno dei suoi maggiori interpreti.

Si parla di Aeropittura dagli anni Venti del Novecento, anche se il suo Manifesto ufficiale vede la luce nel 1929. Viene firmato da numerosi artisti oltre a Dottori: Balla, Benedetta, Depero, Fillia, Prampolini, Somenzi e Tato, oltre che, ovviamente, da Marinetti. Nel Manifesto vengono chiariti alcuni concetti cardine della nuova estetica, che subiva – come immaginabile dal nome – la totale fascinazione della conquista del cielo:

Le prospettive mutevoli del volo costituiscono una realtà assolutamente nuova e che nulla ha di comune con la realtà tradizionalmente costituita dalle prospettive terrestri; gli elementi di questa nuova realtà non hanno nessun punto fermo e sono costruiti dalla stessa mobilità perenne; il pittore non può osservare e dipingere che partecipando alla loro stessa velocità; (…) ogni aeropittura contiene simultaneamente il doppio movimento dell’areoplano e della mano del pittore che muove matita, pennello o diffusore. (…) L’areoplano che plana, si tuffa, si impenna, ecc., crea un ideale osservatorio ipersensibile appeso dovunque nell’infinito (…)

Indubbiamente l’aeroplano incarnava meglio di ogni altra cosa lo spirito Futurista: emblema della tecnologia più avveniristica, simbolo di progresso, mezzo di trasporto veloce come mai e cavallo alato di eroiche gesta personali. Eccolo dunque affiancarsi in breve tempo agli altri mezzi di trasporto mitizzati dall’immaginario del Primo e Secondo Futurismo (intendendo per quest’ultimo gli sviluppi artistici posteriori alla fine della Prima Guerra Mondiale), accanto alla bicicletta, alla motocicletta, al treno e all’automobile, in un crescendo entusiasta di rombante velocità.

E’ veramente interessante ripercorrere le tappe di questa rivoluzione epocale dei trasporti, che ha avuto una ripercussione notevole nell’immaginario degli artisti e di conseguenza nell’iconografia: se a livello mondiale l’aviazione nasceva ufficialmente nel 1903 con il volo di soli 59 secondi dei fratelli Wrigth, in Italia già nel 1910 un ingegnere pazzoide e visionario chiamato Gianni Caproni costruiva a sue spese nella Cascina Malpensa – diventata ora il megagalattico scalo aeroportuale – il suo primo aeroplano; nel 1912 Enrico Cobioni, proprio su un aereo Caproni, realizzava il primato mondiale di velocità (106Km/h); nel 1915 gli aerei Caproni volavano già sul fronte e nelle retrovie nemiche, dando il via alle leggendarie imprese di D’Annunzio, Baracca, Locatelli e tanti altri, culminate nel Ventennio con il volo Roma-Tokio e le crociere transatlantiche di Italo Balbo.

Ai nostri occhi i velivoli di allora sembrano fragili macchine volanti di cartapesta, alla cui guida riusciamo a immaginare solo eroi impavidi e forse un po’ incoscienti  – equipaggiati tra l’altro come se dovessero guidare poco più che un’autovettura. Interessante per le informazioni e le foto d’epoca questo articolo su Storica della National Geographic (qui).  

Gli aeropittori affascinati dalle nuove prospettive, firmatari del Manifesto del 1929, avevano tutti fatto esperienza di volo, più spesso come passeggeri e talvolta come piloti; ognuno a suo modo aveva cercato di trasferirne in pittura l’emozione, l’ebrezza, la vertigine. Il loro riferimento era Fedele Azari, autore nel 1919 del Manifesto Teatro Aereo Futurista, amico di Depero, pittore anche lui, pioniere dell’aviazione civile italiana e indiscusso tombeur de femme, nonché autore per alcuni storici dell’arte del primo vero esempio di Aeropittura (Prospettive di volo, 1926). 

Tanti furono gli esponenti (e poi gli epigoni minori) e tante furono le declinazioni dell’Aeropittura: lo storico dell’arte Maurizio Scudiero (in Oggi si vola! Cent’anni di tecnica, sogni e cultura di massa, 2003) cerca una sintesi e identifica due grandi tendenze:  quella cosmica, da una parte, per la quale l’aeroplano è solo il “mezzo” per acquistare un nuovo senso della visione e quindi sviluppare una sensibilità cosmica, staccata dalle contingente terrene e che spesso si evolve in trasfigurazioni spirituali. Dall’altra (…) una tendenza documentaria, nella quale l’aeroplano diviene invece il “soggetto” ritratto (spesso con indulgente realismo) in una varietà di situazioni di volo. Nel primo gruppo ritroviamo Enrico Prampolini, Gerardo Dottori, Benedetta Cappi, Fillia; nel secondo Tato, Crali, D’Anna, Ambrosi. E se fino a metà degli anni Trenta le due anime erano bilanciate, i venti di guerra prima in Africa e poi in Spagna spinsero sul lato documentaristico, spettacolare e propagandistico.

In questo variegato gruppo Gerardo Dottori occupa un ruolo tutt’altro che minore, anche perché – a voler essere onesti –  il suo dipinto Primavera umbra precede di qualche anno quello di Azari ma contiene già alcuni elementi dell’Aeropittura: la visione dall’alto, la compenetrazione tra il cielo e la terra, la composizione avvitata a spirale; inoltre ha il primato di essere il primo quadro futurista accettato ed esposto alla Biennale di Venezia (1924).

Dottori è stato un Futurista della prima ora: nel 1914, giovanissimo, risulta fra gli organizzatori della prima serata futurista di Perugia (la sua città natale) conclusasi con il consueto lancio di patate, ortaggi e uova da parte del pubblico. Vicino per età a Boccioni, Balla e Russolo, si è però affermato poco dopo Depero e Prampolini, ben più giovani di lui. Una delle sue prime mostre personali si svolge presso la Galleria romana di Anton Giulio Bragaglia, che lo definirà con molta acutezza Futurista mistico; il critico d’arte Enrico Crispolti, in seguito, parlerà a proposito delle sue opere di Futurismo contemplativo. In effetti i suoi paesaggi a volo d’uccello, nei quali la campagna umbra è il protagonista principale, uniscono il dinamismo e il vortice delle visioni a spirale al senso contemplativo della natura e del paesaggio, con soluzioni che talvolta lo portano vicino alle astrazioni di Balla. 

Artista versatile (pittore, decoratore d’ambienti, progettista di arredi e scrittore dalla penna corrosiva e polemica, manifestata nelle numerose collaborazioni con le riviste letterarie di area futurista), alla caduta del Fascismo subì una sorta di quarantena mediatica insieme agli altri artisti rei di avervi gravitato troppo vicino, nonostante il suo passato di fascista appartato, ingenuo e provinciale lo avesse tenuto lontano dai lucrosi e prestigiosi incarichi di regime. Il suo carattere scontroso e un po’ misantropo forse gli è stato d’aiuto nel superare questa fase di isolamento culturale, che ha cancellato dalla scena artistica per un po’ di anni il Futurismo e quasi tutti i suoi interpreti: Dottori ha continuato a insegnare all’Accademia d’Arte di Perugia e ha continuato a dipingere, anche se scorrendo le monografie a lui dedicate (in particolare il catalogo generale ragionato di M. Duranti, 2006) si nota come la sua produzione dagli anni 50 in poi risenta della riproposizione un po’ stanca dei sui temi degli anni Trenta/Quaranta. 

Dottori viene riscoperto e riabilitato solo alla fine degli anni Sessanta  ed è proprio di questi anni (soprattutto 1969/1971) la sua veloce esplorazione della tecnica litografica, mezzo espressivo con la quale ripropone i disegni e gli studi preparatori dei suoi dipinti più famosi. Credo ci sia un nesso che lega il suo tentativo di riaffacciarsi sul mercato dell’arte e l’utilizzo di una tecnica – fino a qual momento a lui totalmente estranea – che permetteva la diffusione di multipli. Comunque alle chimere e alla seduzione (anche pecuniaria) della produzione d’arte seriale hanno creduto in tanti negli anni Settanta, inondando il mercato di multipli di insignificante qualità artistica. Per Dottori questa considerazione vale a metà: le sue litografie sono interessanti rielaborazioni di disegni e pastelli degli anni d’oro della sua produzione, non solo riproduzioni tout court. 

Sono circa una cinquantina, realizzate per lo più in bianco e nero ma talvolta anche a colori su cinque/sette matrici distinte, in tirature di 90 o 100 copie, tutte sempre firmate e datate a matita. Dal catalogo generale si evince che molti dei soggetti delle litografie realizzate nel 1969 in bianco e nero sono stati poi riproposti nel 1971 in una versione litografica a colori a matrici separate e sovrapposte; sul mercato si trovano entrambe le versioni. 

La mia in particolare deriva da un dipinto ad olio del 1927, intitolato Vele-onde-monti. Nel catalogo generale ragionato del 2006 la litografia risulta essere stata pubblicata nel 1971 a sette colori, all’interno di una cartella di 5 stampata da La Pergola di Pesaro. Qualcosa non torna in questa catalogazione: la mia è in bianco e nero ed è datata a matita 1969. Forse è sfuggita agli archivi e fa parte di quel primo gruppo stampato in bianco e nero e successivamente riproposto a colori. 

Credo nell’arte tanto da non aver mai pensato di farne un mezzo per la vita pratica. Ho sempre diviso la mia personalità in due parti distintissime: l’artista che dà da vivere al proprio spirito, l’operaio che quasi sempre procura da vivere al proprio corpo e queste due personalità convivono in perfetta armonia. Il nostro Gerardo Dottori è stato dunque uno dei primi artisti a guardare il mondo dall’alto sapendo anche volare basso. Un bell’insegnamento.

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Gerardo Dottori – Vele-onde-monti – 1969 (1971?) – Litografia in bianco e nero – tiratura 24/99

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