JACQUES VILLON, prima e dopo il Cubismo

La dame charmante che ci osserva con uno sguardo vagamente melanconico e che sembra appena tornata da un giro in carrozza al Bois del Boulogne si chiamava Lili e immagino avesse qualche legame particolare con il giovane autore di questa incisione, Gaston Duchamp, alias Jacques Villon (1875/1963). La ritroviamo infatti in altre sue due incisioni degli stessi anni, 1906-1907, con lo stesso sguardo e la stessa postura (vedi sopra e qui). Forse era una passioncella giovanile, o un grande amore, chissà. Quello che è sicuro è che Lili au boa noir precede di pochissimo, solo di una manciata d’anni, la conversione cubista di Villon, artista per il quale è proprio il caso di dire che esiste un prima e un dopo. Lo spartiacque sono gli anni 1911-1912, nei quali la trasformazione del suo linguaggio sarà radicale e senza ripensamenti. Ma andiamo con ordine.

Partiamo dal suo nome d’arte, Jacques Villon, una combinazione frutto di due passioni intellettuali: il nome Jacques da un personaggio di un romanzo di Daudet, il cognome Villon da quello di un poeta medievale da lui molto amato. Il cognome Duchamp, che lasciava insieme alle aspettative della famiglia, era quello del padre, notaio a Rouen. La sua benestante famiglia borghese di provincia doveva però avere qualcosa di davvero speciale: era riuscita a crescere ben quattro figli (tre maschi e una femmina) tutti eccezionalmente dotati per l’arte: il nostro Gaston (il maggiore) impegnato tra grafica, pittura e incisione; la sorella Suzanne, pittrice, oscurata fino ad oggi dalle figure degli altri fratelli artisti maschi; Raymond, scultore, uno dei primi ad applicare nelle tre dimensioni le sperimentazioni cubiste e purtroppo morto precocemente in guerra; Marcel (il minore), il papà del Dadaismo, secondo André Breton l’artista più geniale del Novecento. I fratelli Duchamp, con buona pace del padre – che immagino avrebbe voluto che almeno uno dei figli seguisse le sue orme – hanno invece lasciato il loro segno nell’arte, intrecciando il loro talento con quello degli altri maestri delle avanguardie. Chissà come erano le loro riunioni di famiglia: faccio un po’ fatica a immaginarli occupati a conversare di banalità, come noi comuni mortali.

Torniamo al maggiore, Jacques Villon, e al suo prima, la sua attività come disegnatore, illustratore, incisore negli anni che vanno dal 1895 al 1912, anni che in seguito però non ricorderà con piacere, pur avendo collaborato con tutte le maggiori testate parigine: Le Rire, Le chat noir, La Revue parisienne, Courrier Francais. Nella maturità dirà di aver perso troppo tempo dietro alle riviste, di aver passato 15 anni instradato in una via senza uscita. Ma che fosse un disegnatore eccezionale lo conferma l’episodio raccontato dallo storico dell’arte Jean Adhemar, secondo il quale il direttore del Courrier Francais, dopo aver visto un paio di suoi bozzetti, lo avrebbe mandato a prendere con la sua carrozza personale pur di poterlo immediatamente assoldare come disegnatore della sua testata: quando questo succedeva Villon aveva solo 22 anni. Contemporaneamente ai suoi impegni per i giornali riuscirà comunque a dedicarsi all’incisione, la sua vera passione, che coltiverà tutta la vita con esiti straordinari. Le sue acquetinte a colori di questo periodo – stampate e pubblicate dal celebre e rodato duo Delâtre/Sagot, e che ricordano nel tratto e nell’atmosfera bohémien le incisioni di Toulouse-Lautrec – sono bellissime e molto ricercate dai collezionisti; Jean Adhemar, che ha curato una pubblicazione sulla sua opera grafica nel 1959, ha giustamente sottolineato che Villon ha saputo fare dell’incisione a colori, che era spesso assai volgare, un’espressione raffinata ed elegante. 

Nei primi anni del Novecento il fuoco scoppiettante delle novità in campo pittorico contagiava anche il mondo dell’incisione: si sperimentavano nuove tecniche, si rinnovava il linguaggio, si cercava una nuova visibilità e un nuovo pubblico, grazie anche a commercianti, editori e stampatori intraprendenti. L’incisione si affrancava definitivamente dall’immagine obsoleta di tecnica al servizio della sola riproduzione o di ancella dell’editoria e acquistava lo status di mezzo espressivo autonomo e, come tale, poteva e voleva partecipare in prima persona al rinnovamento del linguaggio. A tutto ciò pensava sicuramente il nostro Jacques Villon mentre incideva Lili, ancora espressione di un gusto Belle Epoque. Parigi intanto aveva da poco tenuto a battesimo i Fauves e stava ospitando nel 1907 la grande retrospettiva su Cézanne che sarebbe stata la chiave di volta per il formarsi e l’evolversi di molte avanguardie, fondamentale per il Cubismo di Picasso e di Braque ma anche per lo stesso Villon.

Dal 1906 in poi Villon abbandona progressivamente il colore e le scene di genere, abbandona anche Montmartre per trasferirsi a Puteaux, un sobborgo di campagna alle porte di Parigi oggi del tutto irriconoscibile sotto l’ombra della Grande-Arche. In questa nuova proprietà – con un grande giardino, dove trovavano spazio tre fabbricati (uno per sé, uno per suo fratello Raymond e l’altra per l’amico Kupka) – deciderà di lasciare definitivamente le collaborazioni con le riviste; inizierà un periodo di riflessione e revisione del proprio linguaggio, vi riunirà un cenacolo di artisti (Gleizes, Mettzinger, Léger, Gris, Archipenko, Picabia, Robert e Sonia Delaunay, Kupka, e i fratelli Marcel e Raymond) e organizzerà nel 1912 un’esposizione collettiva parigina presso la Galleria La Boétie a cui darà il nome di Section d’Or. Obiettivo: mostrare una via alternativa e più ponderata al Cubismo di Picasso e Braque. Qui il catalogo della mostra e sotto una selezione delle opere esposte (Marcel Duchamp, Albert Gleizes, Jean Metzinger, Fernand Léger, Francis Picabia, Jacques Villon, Roger de la Fresnaye).

Questo gruppo piuttosto variegato di artisti, chiamati anche cubisti eretici, proponeva una pittura che scomponeva ugualmente la forma visibile, ma era vitale e dinamica, non rinunciava al colore e trovava i suoi presupposti nello studio delle proporzioni, della geometria, della prospettiva e della sezione aurea (in francese detta appunto Section d’Or), con il riferimento obbligato al Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci (tradotto e pubblicato proprio in quegli anni da Sâr Peladan) e al De Divina Proporzione di Luca Pacioli. Il loro approccio all’arte era ancora più intellettuale e colto di quello di Picasso e di Braque, ma come loro privilegiavano la pittura: sono pochi infatti gli artisti che negli anni più significativi del Cubismo eseguirono delle incisioni. Lo stesso Picasso, uno degli incisori più prolifici del XX secolo, negli anni tra il 1908 e il 1915 eseguì solo poco più di una quindicina di puntesecche ed acqueforti. Paolo Bellini nella sua Storia dell’incisione moderna, cerca di darci una spiegazione di questo fenomeno:

(…) non si deve dimenticare che il credito di cui godettero all’inizio i Cubisti era scarso, tanto da non indurre alcuno di loro ad iniziare la produzione di opere d’arte in un certo numero di esemplari (come avviene appunto nell’incisione) senza poi avere alcuna probabilità di vendere tali esemplari. Il medesimo fenomeno d’altronde si era verificato anche con gli Impressionisti, (…) la maggior parte dei quali cominciò seriamente ad incidere solo quando raggiunse una discreta notorietà.

Jacques Villon fu invece uno dei pochi in quegli anni a tradurre con le tecniche incisorie le istanze cubiste; quando poi nel 1914 il gruppo della Section d’Or si scioglierà ed ognuno proseguirà la sua ricerca in modo autonomo, Villon continuerà la sua personale ricerca mantenendole come mezzo espressivo privilegiato. Oggi possiamo tranquillamente riconoscere che è stato il più significativo incisore cubista. Ecco alcune delle sue puntesecche del 1911/1913, che sono state stampate in tirature molto basse e che oggi hanno un costo piuttosto elevato.

Dopo la guerra la situazione economica di Villon diventa più traballante: nel 1921 deciderà quindi di accettare un insolito incarico che lo vedrà impegnato fino al 1934: la prestigiosa Galleria Bernheim-Jeune di Parigi, famosa per aver ospitato dalla sua fondazione nel 1863 tutta l’arte controcorrente (dalla scuola di Barbizon agli Impressionisti, i Post-impressionisti e le Avanguardie, nonché nel 1901 la prima grande retrospettiva di Vincent van Gogh e nel 1912 la prima mostra dei Futuristi), gli chiede di riprodurre/interpretare con l’acquatinta alcuni dipinti dei più famosi artisti esposti nella galleria nella sua lunga storia commerciale. La tecnica dell’acquatinta a colori, che aveva abbandonato dal 1912 ma nella quale era considerato un maestro, gli torna dunque utile in un periodo di ristrettezze economiche. Si tratta di traduzione, certo, ma il processo è quasi un dialogo/riflessione sulle opere di questi grandi artisti. Realizzerà in tutto 45 lastre, che dal punto di vista tecnico sono dei capolavori. Queste sono solo quelle che sono riuscita a trovare in rete, disposte secondo l’ordine alfabetico degli autori dell’originale: Bonnard, Braque, Cézanne, Derain, M.Duchamp, Dufy, Gromaire, Laurencin, Légér, Luce, Manet, Marquet, Matisse, Metzinger, Modigliani, Picasso, Renoir, Rousseau il Doganiere, Signac, Utrillo, Vallotton, Van Dongen, Van Gogh, Vlaminck.

Piccola nota per i collezionisti: ogni lastra dell’edizione Bernheim-Jeune è stata tirata in 200 copie, ognuna firmata da Villon e talvolta anche dall’autore dell’opera originale. Sul mercato questi fogli hanno un grande valore, spesso superiore ai 1000/2000 euro, anche in base alla fama e alla riconoscibilità dell’opera riprodotta. Le lastre originali sono arrivate successivamente alla Chalcographie du Louvre, che le conserva tutt’ora e che ha provveduto a ristamparle: non sono riuscita a scoprire quando, quali e in che numero di copie. Sono però ben riconoscibili rispetto a quelle della tiratura originale perché non sono numerate né firmate; in basso compare la scritta incisa in lastra CHALCOGRAPHIE DU LOUVRE – JACQUES VILLON SCULPSIT. Ovviamente il loro valore di mercato è molto, molto più basso.

Negli anni in cui fu impegnato in questa impresa di traduzione/interpretazione Villon non incise molto di suo, giusto una ventina di lastre; dal 1930 tornò a sentirsi finalmente libero di esprimersi. Le acqueforti e punte secche di questi anni risentono ancora in sottofondo delle istanze cubiste; la forma è semplificata ma più leggibile, dissolta in un sistema sottile di linee parallele, in una trama elegante di variazioni tonali. Non furono però particolarmente capite e apprezzate dal pubblico e oggi sono quelle fra le sue meno quotate.

La vicenda artistica di Villon sembra l’esatto opposto di quella del fratello Marcel: il primo, riflessivo e solitario, disegna, incide, dipinge per tutta la vita senza però trovarsi quasi mai sotto i riflettori della notorietà conclamata e pur essendo apprezzato da un pubblico di nicchia è citato oggi solo marginalmente nei libri di storia dell’arte; il secondo invece, un fuoco d’artificio e una mente vulcanica, spinge l’arte su strade allora inimmaginabili ma quando è all’apice del successo, già dagli anni ’20, si ritira dedicandosi quasi esclusivamente alla sua grande passione, gli scacchi; oggi però è considerato il padre dell’arte concettuale e sulle sue opere (circoscritte ad una quindicina d’anni) sono stati scritti fiumi di parole. Poco si sa invece su quali siano stati i rapporti fra i due fratelli Duchamp dopo il 1912, anno in cui le loro strade artistiche prendono direzioni diverse. Di certo non condividevano più le medesime posizione teoriche, ma sembra che questo non abbia mai intaccato i loro rapporti familiari e di stima. Marcel è in porcellana quello che io sono in maiolica, diceva Villon, parlando di suo fratello minore, anche se forse non lo comprendeva completamente. E Marcel sembra che abbia sempre sostenuto il fratello maggiore nei circoli dei collezionisti americani, sui quali aveva grande influenza: infatti i più bei quadri di Villon sono negli Stati Uniti. 

Quello che invece è sicuro è il legame molto forte di Villon nei confronti del fratello Raymond, morto durante la Prima Guerra Mondiale. E’ stato il custode delle sue opere per tutta la vita. Si racconta che durante l’occupazione tedesca della Francia, prima di lasciare l’atelier di Puteaux, abbia sotterrato nel giardino della casa tutte le sculture di Raymond, per proteggerle da razzie e vandalismi. La casa-atelier di Villon oggi non c’è più: è stata abbattuta per far posto al nuovo quartiere de La Defense; per caso o per deferenza – non so – le autorità locali hanno aspettato giusto giusto la sua morte nel 1963. Peccato che un luogo così ricco di memoria – che oggi potrebbe essere un luogo di pellegrinaggio come la casa di Monet a Giverny – non abbia avuto una  sorte migliore.

7 pensieri su “JACQUES VILLON, prima e dopo il Cubismo

  1. Ritorno dopo un po’ di mesi, e la qualità degli articoli è ancora più alta.
    Rinnovo nuovamente i complimenti a Fiammetta per il bellissimo ed accuratissimo lavoro, ogni articolo è una lettura estremamente interessante.

    Visto che ha scritto qui sopra, e magari leggerà, ne approfitto per fare i complimenti anche ad Enrico Sesana per le mostre sulla grafica cubista e la precedente sulla grafica del novecento, quest’ultima una delle mie preferite degli ultimi anni.
    Una collezione incredibile e mostre molto ben organizzate.

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    1. buonasera, dispiace di aver letto solo ora il commento alla mostra sulla grafica cubista a Vimercate. E grazie per averla apprezzata! Inoltre vi metto al corrente che la mostra fatta qualche anno fa sulla grafica del novecento al MUST di Vimercate la stiamo proponendo ora a Centuripe in provincia di Enna. La struttura del percorso rimane uguale ma ho tolto alcuni artisti (Toorp,Russolo,Valadon,Barlach, Hechel, Maccari, Le Corbusier, Herbin, Duchamp, Casorati, Viviani, Music e Hamaguchi) e ne ho inserito altri (Kollwitz,Boccioni,Nolde, Schlemmer, Moholy-Nagy, R. Delaunay, Vasarely e Afro). Inoltre ho cambiato l’opera ad alcuni artisti presenti nella prima mostra (Braque, Picasso, Kandinsky, Gleizes, Villon, De Chirico, Leger, Rouault, Campigli, Hayter e Fautrier). Insomma qualcosa abbiamo cambiato e forse questa di Centuripe ha un taglio più ancor europeo. Se qualcuno fosse interessato può trovare il nuovo catalogo da Hoepli a Milano dal titolo “SEGNI” con in copertina un’opera di Kandinsky a colori. Grazie per la vostra attenzione e complimenti per l’articolo della Raveggi su Dottori sempre molto ben fatto e preciso. grazie ancora. enrico.sesana

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  2. Complimenti! Ottimo lavoro. Sono parzialmente d’accordo sulla poca conoscenza e valorizzazione di J Villon, grande artista e grandissimo incisore. E’ un problema esclusivamente italiano. All’estero sanno benissimo chi e’ e in particolate negli States (vedi tutti i grandi musei americani a partire dal MOMA). Per quanto riguarda il mercato, a oggi, i fogli del periodo cubista hanno prezzi molto elevati in particolare quelli di grandi dimensioni. In Italia ne potrete vedere circa una decina di piccole e medie dimensioni prossimamente nello spazio di HEART di Vimercate in occasione della mostra sulla grafica cubista. Ancora complimenti per l’ottimo lavoro.
    enrico.sesana

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    1. Grazie della sua precisazione, mi vien da dire che per tutta la grafica il problema è italiano. Anche di mostre di grafica in Italia c’è ne sono poche, quindi sono doppiamente felice di sapere che ce ne sarà prossimamente una allo spazio Heart. Non me la perderò. Complimenti a lei e alla curatrice Simona Bartolena.

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      1. “Cubismo e Cubisti”. un percorso nella grafica. opere di : Cezanne, Picasso, Braque, Villon, Csaky, Metzinger, Gleizes, R. de La Fresnaye, Derein, Severini, Carrà, Hayden, Feininger, Pougny, nLeger, Goncharowa, Archipenko, Galline, Robert Delaunay, Laurens, Marcoussis, Moore. Penso che valga la pena vederla. E’ la prima in Italia. Complimenti ancora per il suo sito.

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  3. Grande artista che il mercato dovrà rivalorizzare. Da quanto ho visto, i prezzi più alti li fanno le opere del periodo Belle Epoque.
    Hai fatto un lavoro ben documentato, brava, certe cose proprio non le conoscevo.

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