CANALETTO per tutte le tasche: le tirature postume dei Remondini

Canaletto acquaforte La torre di MalgheraChi non ha mai ammirato nelle pinacoteche di tutto il mondo almeno una delle luminose vedute veneziane di Canaletto? Solo pochi però conoscono le sue incisioni ed è proprio su questo aspetto marginale (ma non meno interessante) della sua produzione che ho cercato informazioni quando è entrata a far parte della mia collezione questa acquaforte, La torre di Malghera.

Per quanto si sa, nella sua lunga carriera, Canaletto si è dedicato all’attività incisoria solo una manciata di anni: nel periodo fra il 1741 e il 1745 e poi fra il 1750 e il 1751, producendo in tutto una trentina di lastre, che però oggi sono considerate l’esempio più alto del vedutismo veneto sotto forma di incisione; per alcuni critici le sue acqueforti sono addirittura di una qualità superiore agli stessi suoi dipinti.

Molti studiosi si sono chiesti come mai Canaletto, nel quarto decennio del Settecento ormai pittore affermato, avesse avuto bisogno di cimentarsi con una tecnica per lui nuova come l’incisione; tra l’altro, già molti dei suoi dipinti erano stati tradotti in incisioni che circolavano diffusamente fuori e dentro Venezia (la famosa serie di vedute incise da Antonio Visentini, pubblicate nel 1735 e poi nel 1742, alle quali certamente aveva dato il suo benestare); è curioso inoltre il fatto che la sua serie di acqueforti non si inserisca nel solco delle vedute veneziane classiche, come ci si sarebbe potuto aspettare da un pittore che aveva raggiunto una certa fama proprio per questi soggetti, bensì proponga luoghi immaginari sotto forma di capricci architettonici o luoghi meno noti dei dintorni di Venezia: il corso del Brenta fino a Padova, Mestre, la laguna, i dintorni dell’attuale Porto Marghera.

La molla che ha convinto Canaletto a sperimentare la tecnica ad acquaforte non è certa e le ipotesi avanzate dagli studiosi sono numerose: quella che risulta più convincente è proposta  da Federico Montecuccoli Degli Erri, che nella sua monografia del 2002, Canaletto incisore, ipotizza come decisiva per la realizzazione della serie la figura del collezionista, protettore e mecenate dell’artista, il diplomatico inglese Joseph Smith. Il console da anni si occupava di promuovere la pittura di Canaletto presso l’aristocrazia inglese, oggi potremmo dire che era una sorta di agente/gallerista/mercante. Ed è anche probabile che – come tutti gli agenti/ galleristi/mercanti – avesse il coltello dalla parte del manico: a fronte della sicurezza di prestigiose commissioni (per le quali immaginiamo si riservasse laute provvigioni) aveva certamente la facoltà di direzionare le scelte artistiche di Canaletto. I pittori che realizzavano vedute – bisogna ricordarlo – erano infatti considerati pittori di serie B, lavoravano su ordinazione per le numerose botteghe che vendevano per lo più ai turisti stranieri e di certo non portavano a casa grandi compensi.

Leggendo il saggio di Montecuccoli ho scoperto che Canaletto, che immaginavo omaggiato e ben inserito nel mondo blasonato delle corti europee, fosse in realtà un uomo lunatico, corrucciato, intrattabile, misantropo, avido, avaro, che rifuggiva ogni tipo di relazioni umane (tanto da non essersi neanche sposato). Nessun pittore dell’epoca ne è riuscito a parlar bene e non è stato trovato nessun documento che lasci intendere anche la più superficiale delle relazioni con altri artisti a lui contemporanei; una vita dedicata solo al lavoro, parrebbe, che si conclude anche in modo inglorioso: fu trovato morto in casa, solo, con addosso vesti consunte e lacere, pur conservando nascosto un discreto gruzzolo di zecchini. E’ probabile dunque che Canaletto, consapevole dei limiti del proprio carattere, abbia trovato molto conveniente avere un agente come Smith, che gli garantiva una committenza prestigiosa e internazionale (soprattutto inglese), togliendogli i fastidi di doversela coltivare personalmente.

Ma torniamo al perché delle acqueforti e perché furono commissionate da Smith. Secondo Montecuccoli, proprio alla metà degli anni ’40 del Settecento, le vedute classiche di Venezia (quelle della piazza San Marco, del Ponte di Rialto o dei canali principali, per intenderci) avevano saturato il mercato londinese e i collezionisti non ne compravano più con lo stesso entusiasmo. Sembra quindi probabile che Smith abbia convinto Canaletto ad ampliare la propria offerta con vedute meno usuali: le stampe dovevano essere il mezzo per promuovere a Londra nuove commissioni e risvegliare un mercato un po’ annoiato. Sembra incredibile, ma nel 1745 Canaletto  non era un pittore ricco, per lo meno per gli uffici delle imposte della Serenissima, dai quali risulta molto meno abbiente di Tiepolo, Guardi, Piazzetta, Rosalba Carriera, Longhi, Visentini e perfino dello stesso suo nipote, Bernardo Bellotto. E’ probabile che proprio questa traballante situazione economica lo abbia spinto nel 1746 a trasferirsi a Londra, una decisione non facile se pensiamo che aveva già 50 anni e si spostava in un paese straniero di cui avrebbe dovuto anche imparare la lingua. Ecco anche spiegato perché le acqueforti vengono realizzate in due momenti, prima del soggiorno londinese e nel primo breve ritorno a Venezia fra il 1750 e il 1751, per essere poi date alle stampe presumibilmente nel 1752.

Non essendo un incisore di professione, è ovvio che Canaletto si sia orientato naturalmente  verso l’acquaforte e non verso tecniche incisorie più specialistiche che necessitavano di un lungo apprendistato, come il bulino. La tecnica ad acquaforte viene però affrontata da Canaletto con spirito libero antiaccademico e con strumenti semplici, sfruttando abilmente a proprio favore l’immaturità tecnica: rinuncia per esempio ad usare i tiralinee o i pettini per le campiture del cielo, come facevano gli incisori di professione, optando solo per i tratti a mano libera, leggermente tremuli, che rendono le sue vedute più morbide e vibranti. Rinuncia ad usare i tratti incrociati per le zone d’ombra, avvalendosi per gli scuri solo dell’inspessimento o dell’avvicinamento dei segni, sempre nello stesso senso. Sottopone le lastre ad una o due morsure al massimo, utilizzando punte di un solo spessore. Il risultato è che le sue acqueforti non cercano mai il nero intenso e sembrano vibrare di luce; oggi, infatti, è considerato il maestro indiscusso dei grigi argentati. Non tutti i suoi contemporanei amavano però questa semplicità di tratti: secondo Pierre-Jean Mariette, incisore, collezionista ed esperto d’arte suo contemporaneo, le sue acqueforti pechent par une touche trop ègale et trop peu delicate. 

Dunque Joseph Smith commissiona la serie delle vedute e ne è quasi certamente il promotore al punto da risultare anche il possessore fisico delle lastre in rame (e – tra l’altro – anche di quelle del Visentini). Il diplomatico inglese risulta essere stato anche socio della stamperia veneziana Pasquali, presso la quale vennero stampate tutte le prime edizioni della serie. Sappiamo che l’impresa a due teste Pasquali/Smith non ebbe lunga vita e nel 1759 i due soci si separarono. I rami di Canaletto finirono in una soffitta dello Smith, dove restarono fino alla sua morte nel 1770. Poco tempo dopo la vedova Smith decise di venderli alla stamperia Remondini di Bassano del Grappa, che li sfruttò fino alla loro completa consunzione. Le stampe di queste tirature postume (Canaletto muore infatti nel 1768) datano dal 1772, anno in cui figurano con tutti gli onori nel catalogo generale della stamperia Remondini, fino almeno al 1817. Poi scompaiono dal catalogo e dalla storia; i rami, forse, vengono venduti ad un negoziante di Londra.

La stamperia dei Remondini era nel Settecento una vera potenza economica: oltre a stampare libretti di storie per soddisfare il gusto popolare, a produrre stampe dai colori vivaci, giochi (come il giro dell’oca o i soldatini di carta), atlanti geografici e immagini sacre, possedeva anche tre cartiere che producevano i fogli per i propri torchi calcografici e si avvaleva di una efficiente rete di venditori porta a porta, organizzati per aree geografiche, che le permetteva di commercializzare i propri prodotti editoriali nei quattro continenti. Le stampe delle vedute di Canaletto erano un’anomalia  all’interno della produzione dei Remondini, tarata per un mercato popolare; forse erano il tentativo di allargare ulteriormente la propria clientela con un prodotto di maggiore qualità artistica, non esitando però a manipolarlo per renderlo più accattivante al grande pubblico e proponendolo ad un prezzo abbastanza contenuto. Ebbero così l’idea di colorare ad acquarello o a tempera le vedute più grandi per trasformarle in un surrogato popolare di quelle dipinte su tela, inarrivabili per un pubblico meno abbiente. La coloritura aveva poi il pregio di nascondere la qualità via via più scarsa delle stampe, prodotte da lastre sempre più esauste per le troppe tirature.

Vi sono anche altre caratteristiche che connotano le tirature dei Remondini: intanto dal 1778 in poi le vedute di Canaletto furono vendute a fogli sciolti e non solo come serie completa: in particolare le 10 grandi lastre (fra cui la mia) risultano anche vendute come serie di 6 (Prospettive di Mestre ed altre) e di 4 (Prospettive del Dolo), sia in bianco e nero che colorate a mano. Furono poi proprio i Remondini a imprimere sulle lastre in basso a destra le sigle alfanumeriche, che rimandavano probabilmente alla numerazione del loro catalogo. Infine la carta su cui le acqueforti sono impresse, che riporta quasi sempre la filigrana R ed è riconoscibile anche per la sua non eccelsa qualità: a differenza delle cartiere situate nei confini della Repubblica di Venezia, che alla fine del Settecento dovevano sottostare a degli standard di qualità piuttosto severi, quelle di proprietà dei Remondini, a Bassano, potevano contare su una maggiore libertà nella preparazione degli impasti, che si traduceva in una minore attenzione alla purezza della materia prima. Sono infatti carte sottili, giallastre, con impurezze ben evidenti in controluce e avevano il pregio – inutile dirlo – di una maggiore economicità; dunque erano in linea con lo spirito della produzione della stamperia, popolare e di basso profilo.

Pallucchini 9
Alcune filigrane delle carte Remondini

Sorprendente è anche scoprire che alla fine del Settecento il prezzo di vendita delle vedute di Canaletto era di molto inferiore rispetto a quelle di altri incisori veneti oggi considerati figure meno fondamentali nella storia dell’arte, quali per esempio Brustolon, Giampiccoli o lo stesso Visentini. Due secoli di storia non solo hanno invertito le proporzioni, accentuandone la differenza di valore sia economico che artistico, ma hanno relegato questi ultimi all’oblio presso il grande pubblico.

Per il suo tono malinconico e romantico La torre di Malghera è sempre stata la mia acquaforte preferita della serie, anche se devo ammettere che il mio sogno nel cassetto la prevedeva in bianco e nero. Immaginate la sorpresa nel trovarla in vendita su Catawiki per pochi euro: chi se ne liberava la vendeva come riproduzione ottocentesca colorata a mano. Ovviamente è stata presa al volo, e pazienza se è colorata. Qualche bell’affare in rete ancora si riesce a fare. Faccio però fatica ad accettare il colore, primo perché questa capitolazione al gusto popolare non credo fosse nelle intenzioni di Canaletto mentre incideva le lastre, e poi soprattutto perché la coloritura non è di sua mano ma è solo una sommaria, basica simulazione del dipinto a olio che Canaletto ne ha ricavato (forse successivamente) oggi in collezione privata. Aggiungo che anche suo nipote Bernardo Bellotto ha subito il fascino di questa incisione e ne ha ricavato una veduta quasi identica a quella dello zio, conservata alla National Art Gallery di Washington.

Ultima notazione scema: dove ai tempi di Canaletto si ergeva questa torre medievale, eretta da Treviso per controllare il traffico dei contrabbandieri e scomparsa già nell’Ottocento, oggi si allarga il centro industriale di Porto Marghera. Romantica torre diroccata versus inquietanti torri di raffinerie, un motivo in più per adorare questa acquaforte.

Nel già citato saggio di Montecuccoli ho trovato riprodotti alcuni esemplari colorati delle dieci vedute maggiori e in rete ho scoperto che una copia, colorata in modo molto simile alla mia, è conservata nel Museo White di Valvisciolo. Numerose sono invece le copie in bianco e nero di questa incisione presenti nelle collezioni delle più importanti istituzioni museali. Nel 2019 Cambi Aste ha messo in vendita un acquarello di ignoto tratto da questa incisione, che allego in coda come curiosità, insieme alla versione dell’acquaforte in bianco e nero.

Canaletto acquaforte La torre di Malghera
Antonio Canal detto il Canaletto – Acquaforte colorata a mano – La torre di Malghera, tratta da Vedute altre prese da i luoghi altre ideate da Antonio Canal e da esso intagliate poste in prospettiva umiliate All’Ill.mo Signor. Giuseppe Smith Console di SM Britannica presso la Ser.ma Repubblica di Venezia In segno di stima ed ossequio. Acquaforte su rame mm 294 x 424. In basso a sinistra: A. Canal f..; al centro: La Torre di Malghera; a destra E 4 Stato III/III

Per chi volesse saperne di più consiglio il saggio di Montecuccoli, Canaletto incisore, edito nel 2002 dall‘Istituto Veneto di Scienze, di piacevole lettura e ad oggi, forse, il testo definitivo su questo argomento. All’interno si trova un interessantissimo capitolo sulla produzione cartaria a Venezia nel Settecento e sulle filigrane delle acqueforti di Canaletto, che aiuta ad orientarsi nelle varie tirature, coeve e postume.

 

 

 

 

 

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