Carta e filigrane: scoperte in giro per Fabriano

Per un appassionato di carte stampate la visita al Museo della Carta di Fabriano è una tappa irrinunciabile. Il percorso standard di visita del Museo è molto didattico, pensato per bambini e famiglie, ma ha il pregio di affiancarsi a sezioni dedicate invece espressamente agli appassionati di stampe e filigrane antiche. Vi sono esposte le antiche macchine per la produzione artigianale di carta e numerose forme per la realizzazione dei fogli. Sulla fabbricazione artigianale della carta si trova in rete molta documentazione: inserisco qui di seguito solo alcune foto che mostrano:

  • la pila idraulica a magli multipli, ovvero la prima grande innovazione dei maestri cartai fabrianesi nel corso del XIII secolo, un sistema meccanico azionato dall’acqua che velocizzava lo sminuzzamento e la macerazione degli stracci, prima fatto a mano con tempi molto lunghi;
  • la realizzazione dei fogli (la cosiddetta feltrazione) con l’uso di forme costituite da un telaio in legno che regge una fitta maglia metallica che trattiene la pasta di fibre vegetali  e permette lo sgocciolamento dell’acqua; sulla maglia, realizzata con sottili fili metallici dette vergelle, veniva cucita la filigrana (anch’essa probabilmente un’invenzione italiana) che restava impressa nel foglio e indicava la cartiera di provenienza. Le prime filigrane erano costituite da semplici lettere dell’alfabeto, rappresentanti le iniziali dei nomi dei cartai, ma in seguito le tipologie si diversificarono lasciando il posto a filigrane più fantasiose, composte da segni che si riferivano al mondo vegetale o animale, alla simbolistica religiosa o alle arti meccaniche.
  • L’asciugatura e la finitura: ogni forma veniva poi girata su un feltro e i feltri, impilati con il loro prezioso foglio appena formato, venivano pressati per eliminare ulteriormente l’acqua; quindi i fogli erano stesi ad asciugare ed infine passati in un bagno di colla animale, per diminuirne la permeabilità all’inchiostro. Quest’ultimo passaggio è un’altra importante invenzione fabrianese che soppianta ben presto l’uso di colle amidacee, utilizzate fino ad allora ma che non garantivano alla carta una buona resistenza alle muffe e al deterioramento. Questi miglioramenti tecnici tutti fabrianesi trasformarono nel XIII secolo la cittadina marchigiana in un centro all’avanguardia nella produzione cartaria.

Per chi ama le stampe antiche, le filigrane e i sottili segni orizzontali lasciati dalle vergelle (entrambe si possono agilmente notare posizionando il foglio in controluce) costituiscono un universo affascinante  e sono spesso preziosi indizi di datazione, provenienza e tiratura del foglio, nonché prova di autenticità o di antichità. Speravo di trovare al Museo una pubblicazione specifica sulle filigrane fabrianesi nei vari secoli, puntavo ad un catalogo; invece era a disposizione dei visitatori soltanto un testo piuttosto generico sulla fabbricazione della carta: la prova della vocazione del museo ad un pubblico non troppo specialistico. Peccato.

La varietà delle filigrane europee è notevole e il censimento ancora non è completo, anche se vi sono dei monumentali cataloghi disponibili anche in rete. Ecco quanto ho trovato, consultabile comodamente dalla propria scrivania:

  • Il primo è senz’altro quello di Charles-Moise Briquet, Les filigranes, dictionnaire historique des marques de papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600,  pubblicato nel 1907 e consultabile online qui e qui  (circa 16.000 filigrane)
  • Un altro importante catalogo è quello di Gerhard Piccard, Die Wasserzeichenkartei im Hauptstaatsarchiv, 1961/1997, consultabile  qui  (circa 92.000 filigrane)
  • The Gravell Watermark Archive (circa 7.000 filigrane prodotte tra il 1400 e il 1835), consultabile qui
  • WZIS – banca dati tedesca sul libro manoscritto (circa 130.000 filigrane), consultabile qui
  • Il catalogo Bernstein – The Memory of Paper (200.000 filigrane) accesso al catalogo qui

Bisogna ricordare però che dal 1750, in primis in Inghilterra, fu inventato il modo di produrre una carta priva dei segni delle vergelle, chiamata wove paper; poi, nel corso dell’Ottocento, la produzione industriale di carta in rotoli o fogli di grande dimensione soppianta via via la produzione artigianale, che si riduce progressivamente alla sola fabbricazione di carte di qualità destinate soprattutto al campo dell’arte. Quindi, semplificando molto, possiamo dire che se un’incisione è stampata su carta priva di vergelle è certamente successiva al 1750/60 (se Inglese) e al 1800 circa (se genericamente europea). Non possiamo avere una datazione così certa se invece è stampata su carta vergata, visto che è in produzione ancora oggi. A questo punto la filigrana ci può davvero essere d’aiuto.

Un altro indizio è la qualità della carta, che paradossalmente peggiora proprio nel secolo della sua prima produzione industrializzata, l’Ottocento. E’ facile imbattersi in meravigliose carte a mano del Seicento, ancora bianche e corpose e osservare invece carte industriali ottocentesche fragili e ingiallite – talvolta addirittura brunite – aggredite da muffe o macchie. La spiegazione va cercata nell’abbandono progressivo, dalla metà dell’Ottocento in poi, degli stracci di lino o di cotone come materia prima, a favore della paglia e del legno; all’uso non controllato del cloro come agente sbiancante e alla presenza nell’impasto, in percentuali troppo alte, di lignina, che favoriva – ma ancora non si sapeva – la rapida ossidazione del foglio. Quindi, semplificando anche questa volta, possiamo dire che carte fortemente ingiallite e fragili sono, con molta probabilità del XIX secolo.

Ma torno alla visita del Museo di Fabriano, che oltre alle sezioni dedicate alla storia della carta, offre  uno spazio di esposizione ad artisti e incisori contemporanei: qui ho avuto la sorpresa di ammirare una ventina di acqueforti di Roberto Stelluti, incisore fabrianese di cui avevo già visto online alcuni lavori senza che – mea culpa – mi restassero particolarmente impressi. Viste dal vivo, invece, le sue acqueforti hanno avuto su di me tutt’altro impatto, per i soggetti molto evocativi, per il potente chiaroscuro, per l’abilità tecnica.

L’artista si muove nel figurativo, come Luigi Bertolini e Federica Galli, ma con un’attenzione al dettaglio ancora più maniacale, direi quasi fiamminga. Come ha scritto Federico Zeri, le acqueforti di Stelluti costituiscono un’esperienza di rara profondità, di sottile, poetica suggestione. Una bella e inaspettata scoperta che sicuramente merita di essere approfondita, anche perché – una volta tanto – si tratta di un artista vivente in grado di riservarci altre sorprese.

rs_1538575585_1Sempre in tema di sorprese, la visita del Museo Guelfo: una raccolta di opere dell’artista fabrianese Guelfo Bianchini (1937/1997) donata dagli eredi al Comune di Fabriano unitamente alla sua personale collezione di opere su carta di artisti internazionali: circa 140 opere fra litografie, acqueforti e disegni di Jean Cocteau, Salvator Dalì, Man Ray, Marc Chagall, Oscar Kokoshka, Ernst, De Chirico, Masson, Magritte, Richter e molti altri, esposte a rotazione negli spazi del nuovissimo Museo, aperto nel 2018. Questa notevole collezione di opere su carta testimonia la fitta rete di rapporti, amicizie e legami fra Guelfo e l’ambiente surrealista europeo del Dopoguerra, dentro al quale possiamo tranquillamente inserire anche la sua ricerca espressiva (Guelfo è stato infatti inserito nella mostra del Surrealismo italiano organizzata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 2005). Di tali frequentazioni sono testimonianza anche i numerosi ritratti che molti dei citati maestri gli dedicarono, in segno di profondo sodalizio amicale e artistico. Con Giorgio De Chirico in particolare, che definiva quello di Guelfo “un talento eccezionale”, ci fu una lunga serie di opportunità, di incontri, percorsi culturali ed affinità elettive, sfociati poi nel volume d’arte, Tic – Guelfo e Giorgio De Chirico.

Confesso però che ad attirare maggiormente la mia attenzione è stata la seconda sezione del Museo, quella dedicata alla sua personale collezione internazionale di opere su carta (della quale propongo qui di seguito alcune opere di Mirò, Hartung, Chagall, Man Ray, Magritte e Dorotea Tanning), che è effettivamente variegata, interessante e coraggiosa, visto il poco appeal della grafica nel nostro paese.

 

 

 

 

 

 

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