GERTSCH/GAUGUIN/MUNCH Cut in Wood a Lugano

A Lugano è appena terminata una mostra di grande qualità, che ha avvicinato le xilografie di uno dei più importanti artisti svizzeri contemporanei, Franz Gertsch, a quelle di due mostri sacri della storia dell’arte, Gauguin e Munch. Ripercorro qui idealmente l’esposizione a beneficio di chi non è riuscito a vederla, ma soprattutto per me stessa, per non dimenticarne l’eccezionalità. Sono rari gli artisti contemporanei che si cimentano con questa antica tecnica di incisione ed è inoltre piuttosto difficile ammirare le xilografie di questi due grandi maestri, che vengono esposte al pubblico davvero con il contagocce. Queste ultime sono tra l’altro il desiderio – per lo più impossibile – di molti collezionisti di multipli su carta, un desiderio appagabile solo a costo di cifre importanti non certo alla portata di tutti.

Ho avuto la fortuna di assistere alla presentazione della mostra da parte del Direttore del MASI Tobia Bezzola, co-curatore della mostra insieme allo stesso Franz Gertsch il quale, invitato a presentare alcune sue opere per festeggiare il suo novantesimo compleanno, ha proposto questo inedito incontro a tre: forse nessun altro curatore avrebbe osato avvicinare questi tre artisti, vuoi per le evidenti differenze stilistiche o anche per la sola distanza storica, ma l’incontro/confronto si è invece rivelato intrigante. Bezzola ha raccontato che il giovane Gertsch, quando negli anni ’50 si stava formando a Berna presso lo studio di un pittore, aveva visto di persona alcune xilografie di Gauguin e di Munch di proprietà del suo maestro (di certo allora non costavano come adesso), ne era rimasto affascinato, le aveva studiate con interesse e aveva iniziato a realizzare lui stesso le sue prime xilografie. Poi aveva abbandonato questa tecnica a favore della pittura. Quando negli anni ’80 era entrato in crisi creativa pensando di avere raggiunto un punto morto nella sua ricerca pittorica (gli ultimi lavori erano stati dei ritratti realisti di grandissimo formato), questo ricordo è riaffiorato, spingendolo a riflettere su come tornare alla tecnica xilografica senza tradire o perdere per strada le caratteristiche proprie dei suoi lavori pittorici, intimisti e attenti agli effetti di modulazione della luce.

Sono così nate le sue monumentali xilografie, realizzate con una tecnica nuova e personale: le matrici in legno sono state realizzate appositamente con dimensioni mai osate e sperimentate; i segni lineari tracciati nella materia hanno lasciato il posto all’incisione per punti, scavati con particolari sgorbie; anche gli immensi fogli di carta su cui vengono stampate sono stati realizzati artigianalmente da un maestro cartaio giapponese e sono il risultato di lunghe sperimentazioni che ne calibrano i giusti parametri di spessore, elasticità e flessibilità per poter accogliere la pressione delle gigantesche matrici. La stampa è stata realizzata a più mani, sono necessarie almeno 6/7 persone per maneggiare i grandi fogli, stendere il colore e pressare una così ampia superficie. Gertsch ha realizzato personalmente i colori per le stampe, che sono in realtà dei monotipi: ogni esemplare ha un colore diverso, in un certo senso è un pezzo unico.

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Come nelle opere pittoriche di Gertsh, i soggetti delle xilografie  partono da fotografie scattate da lui stesso, ne sono un’elaborazione, in questo con un approccio simile a tanti altri artisti degli anni ’60 e ’70, come Wharol o Rauschemberg. All’inizio di ogni opera c’è dunque un’accurata ricerca fotografica, che pesca tra vecchi scatti di luoghi visitati in vacanza, ritratti o paesaggi della campagna intorno a casa sua. Una volta scelto il motivo più adatto, Gertsch proietta l’immagine ingrandita sulla matrice di legno, ne delinea i contorni e, spento il proiettore, inizia il lavoro di scavo per punti, un lavoro lungo e complesso che non consente errori. Ogni opera lo ha occupato per circa 18 mesi ed è stata soggetta ad una continua supervisione per raggiungere su tutta la grande superficie il voluto equilibrio di chiari e scuri. L’effetto finale è sorprendente. Peccato che nessuna foto, anche di grande qualità, riesca a rendere la profondità e finezza di queste monumentali stampe (alcune di 5/6 metri di lunghezza), che si godono al meglio solo vedendole dal vero.

Gertsch
Fraz Gertsch – Triptychon Schwarzwasser – 1992
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Franz Gertsch – Maria – 2001
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Franz Gertsch – Inverno – 2016

Di Gauguin invece erano esposte a Lugano due importanti serie di xilografie: la prima realizzata a Parigi dopo il suo primo soggiorno a Thaiti, fra il 1893 e il 1894, dal titolo Noa-Noa. Sappiamo che aveva intenzione di utilizzarla per illustrare un libro (poi pubblicato ma senza illustrazioni) che doveva raccontare la sua esperienza di artista sull’isola, nella speranza di rendere più comprensibili al pubblico parigino le sue opere pittoriche. Gauguin realizza per Noa-Noa dieci matrici; di ciascuna di queste stamperà alcune prove lui stesso per poi lasciarle all’editore Louis Roy che ne stamperà in seguito altre 25/30 copie. La serie esposta a Lugano era proprio quella stampata personalmente da Gauguin. La seconda serie in mostra, detta Suite Vollard, composta da 14 incisioni, è stata realizzata invece a Tahiti, fra il 1898 e il 1899: anche le xilografie di questa serie sono state stampate in proprio dall’artista su una leggera carta giapponese, siglate una per una e presentate poi a Vollard a Parigi con queste parole: Io non cerco né trovo la perfezione tecnica (…) non ho un buon legno e per le stampe nessun torchio (…) queste stampe (…) sono molto imperfette, ma credo che siano interessanti come espressione artistica. In effetti queste ultime, ancora più crude ed essenziali (forse per la basicità dei mezzi tecnici a disposizione dell’artista nell’isola polinesiana), così dense di neri, così lontane dal mondo colorato dei suoi dipinti, ci mostrano un’ulteriore sfaccettatura della complessa personalità dell’artista.

Gauguin è intervenuto sulle matrici lignee con un approccio molto sperimentale, ha inciso la superficie con i più svariati attrezzi tracciando segni profondi, alla ricerca di un’espressività tribale e primitiva; i soggetti non sono desunti dalle sue opere pittoriche, anche se sono simili: paesaggi, figure totemiche ed esotiche Eve tahitiane che ci raccontano della paradisiaca isola anche il lato oscuro e misterioso della sua cultura, intrisa di spiritualità e magia.

Per Gauguin, comunque, le xilografie erano ancora, come tradizione voleva, lavori finalizzati all’editoria. E’ stato invece Munch uno dei primi artisti a considerare la xilografia una tecnica espressiva autonoma e di pari dignità della pittura: darà infatti importanza alle sue incisioni ingrandendone le dimensioni e scegliendo necessariamente le tavole di legno di filo, riuscendo tra l’altro a far dialogare magnificamente le venature naturali del materiale con il suo segno inciso. Al contrario di Gauguin, molti dei soggetti dei suoi dipinti vengono rielaborati e ripresi nelle incisioni, possiamo dire che ne costituiscono una variante realizzata con altri strumenti espressivi. Anche Munch aveva un’approccio molto sperimentale a questa tecnica: amava esplorare tutte le possibili variazioni della composizione, mescolava tecniche diverse, talvolta modificava la matrice di legno aggiungendovi nuovi elementi; la sperimentazione continuava anche nel processo di stampa. Non stupisce quindi scoprire che è l’ideatore di una nuova tecnica per stampare a più colori con un’unica impressione. Il procedimento tradizionale di stampa consisteva infatti nel realizzare una matrice per ogni colore voluto e la difficoltà stava nella giustapposizione calibrata del foglio in ogni successiva impressione, in modo che le varie parti del disegno si sovrapponessero perfettamente. Era un’operazione lunga e richiedeva una grande precisione. Per evitare questo delicato processo, Munch sperimenta la scomposizione della matrice lignea in varie sezioni, in modo da poterle inchiostrare in colori diversi. Questo procedimento gli permette di creare xilografie caratterizzate da contrasti cromatici molto netti.

Oggi è molto complesso capire la genesi delle sue xilografie: nel museo di Oslo a lui dedicato gli studiosi stanno ancora cercando di riordinare la cronologia degli interventi sulle varie matrici, sulle quali ha lavorato anche a distanza di anni. L’elaborazione tormentata, l’ossessività di certi temi, il segno profondo e aggressivo le rendono ancora più potenti ed espressive delle sue opere pittoriche. Proprio a queste xilografie hanno guardato gli artisti espressionisti tedeschi, che ne hanno ripreso il tratto duro e sperimentale (Eckel, Kirchner). Quelle in mostra a Lugano erano particolarmente preziose perché, come quelle di Gauguin nelle sale attigue, tutte stampate dall’artista stesso.

Ulteriori informazioni in rete sulla serie di xilografie di Noa-Noa di Gauguin sono reperibili qui e qui, nell’interessante forum di Investire Oggi dedicato alla grafica, nel quale si possono trovare anche approfondimenti sulle grafiche di Munch, qui qui . Un articolo interessante sempre sulla serie Noa-Noa si può leggere qui, mentre l’omonimo diario di viaggio manoscritto da Gauguin si può sfogliare virtualmente qui .

Chiudo con una riflessione su questo intrigante dialogo a tre, nato all’inizio per una casualità biografica ma oggi validamente costruito su alcune caratteristiche comuni ai tre artisti, pur molto diversi nel linguaggio. In effetti, tutti e tre hanno rianimato in epoche diverse una tecnica antica, ciclicamente considerata obsoleta, le cui radici si perdono negli albori della storia dell’incisione; hanno considerato la xilografia un terreno di sperimentazione, sganciandola da ogni finalità puramente riproduttiva e realizzando stampe xilografiche che sono quasi dei monotipi; hanno piegato la materia propria della matrice (il legno con tutte le sue venature naturali) all’espressività finale delle opere, hanno inventato tecniche nuove di incisione o di stampa. Già questo basta a giustificare l’operazione. In più trovo meritevole proporre al pubblico l’esposizione di sole opere su carta, considerate spesso in Italia le cenerentole delle arti visive, ma invece ultimamente un settore in crescita nel mercato dell’arte, come dimostra la quarta edizione di WopArt 2019 che si è appena chiusa proprio a Lugano. Aggiungo che per me è sempre un piacere, nel proliferare di installazioni multimediali e video-art, poter ogni tanto ammirare l’arte pensata e realizzata ancora su uno dei suoi supporti più antichi, la carta.

 

 

 

 

 

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