Il camaleontico Sir FRANK BRANGWYN

img_20200208_125006_615Ormai mi è chiaro. Subisco il fascino degli artisti eclissati, quelli che sono stati omaggiati in vita – meritatamente – ma il cui ricordo oggi si conserva solo grazie ad un ristrettissimo pubblico di appassionati. Quelli la cui fama è salita e scesa come su un ottovolante, e chissà se poi, in modo altrettanto repentino, tornerà a salire. Frank Brangwyin (1867-1956) ne è un perfetto esempio, come dimostrano le pubblicazioni scritte su di lui, aggiornate fino agli anni ’40. Poi una mostra alla Royal Academy di Londra nel 1952 e in seguito poco o nulla, salvo un ritorno di interesse molto, molto recente.

Se andiamo a spulciare nella sua biografia scopriamo che la sua parabola ascendente è legata al movimento Arts and Crafts: due anni come apprendista nello studio di William Morris a Londra, il sostegno e la stima dell’architetto/designer Mackmurdo (allievo di John Ruskin, esponente di spicco dell’Art Nouveau inglese) e i legami di amicizia con artisti ed esponenti del gruppo Preraffaellita. L’incarico che però gli dà fama internazionale è sicuramente la decorazione della Galleria Art Nouveau di Siegfried Bing a Parigi nel 1895 (galleria che ha dato il nome a questo stile), i cui disegni preparatori battono quelli di Horta e di Van de Velde, entrambi interpellati nella prima fase progettuale ma poi scartati. Tra l’altro è proprio Bing, convinto assertore della nuova estetica ad ampio raggio che doveva abbracciare i più disparati ambiti delle arti figurative, a convincerlo a progettare anche mobili, tappezzerie, ceramiche, arazzi, tappeti, vetrate. Brangwyn in effetti incarna perfettamente la figura dell’artista versatile. E’ stato stimato che durante la sua vita abbia prodotto oltre 12.000 opere: 2000 mq di tele o di dipinti murali, più di mille dipinti a olio, 600 acquarelli, oltre 500 incisioni, 230 progettazioni di mobili e interni; soprattutto di queste ultime e delle decorazioni murali si è conservato poco, una gran parte fuori dall’Inghilterra, che in effetti sembra non lo abbia mai capito e apprezzato fino in fondo, considerandolo terribilmente non britannico (così scriveva la studiosa inglese Rosemary Treble che gli ha dedicato un breve saggio nel 1980): forse per i colori troppo accesi, per la ricchezza eccessiva degli elementi decorativi e per i temi orientaleggianti di molta parte delle sue opere. Paradossalmente è in Belgio (Bruges – sua città di nascita), Francia (Orange) e Galles (Swansea), che ci sono musei dedicati a lui o che conservano nuclei consistenti di sue opere.

La cosa curiosa è che Brangwyn nei decenni a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento è passato dall’essere considerato un artista con un pedigree troppo poco accademico – poiché essenzialmente autodidatta – all’essere visto come troppo legato all’establishment: nel 1915 era nella lista nera degli artisti duramente criticati dalla rivista Blast – una rivista letteraria d’avanguardia che cercava una via tutta inglese e sintetica delle sperimentazioni futuriste, cubiste, astrattiste del continente – e negli stessi anni lo storico dell’arte post-vittoriano Roger Fry ridicolizzava la sua pittura in stile da mensa. Insomma, Brangwyn è stato un artista troppo fuori dagli schemi alla fine dell’Ottocento – quando era gradito muoversi nel solco della tradizione – e troppo poco rivoluzionario nei primi decenni del Novecento, quando si doveva sperimentare. Ma è sempre andato dritto per la sua strada, dimostrandosi versatile e talvolta anche camaleontico nella sua multiforme produzione.

I temi orientaleggianti di molte sue opere pittoriche e murali gli derivavano dall’essere stato un grande viaggiatore, soprattutto negli anni giovanili, quando si era imbarcato come marinaio e aveva girato in lungo e in largo i paesi del Mediterraneo e dell’Africa (Marocco, Egitto, Palestina, Turchia, Sudafrica, Spagna, Italia, Francia); dai suoi schizzi di viaggio ha tratto spunti e suggestioni che ritroviamo nelle sue opere pittoriche e anche nelle incisioni. Lo storico dell’arte inglese William Gaunt lo ha definito un Kipling castigato dal socialismo di William Morris. Le due biografie a confronto hanno in effetti curiose assonanze, non soltanto temporali (formazione sostanzialmente autodidatta, spirito curioso e avventuroso, estraneità iniziale agli ambienti accademici paludati, produzione artistica di facile appeal anche per il vasto pubblico).

La sua prima produzione pittorica e murale, quella a cavallo dei due secoli, è indubbiamente intrigante e di grande qualità. Ne è un esempio la progettazione della dining room di Casa Cuseni a Taormina, del 1909/1910, un curioso esempio di arredo interno Arts and Craft in trasferta. La Casa, di cui Brangwyn curò anche il progetto architettonico, ospita oggi il Museo delle Belle Arti e del Gran Tour della città di Taormina, è un Monumento Nazionale ed è forse l’unico esempio tuttora intatto di decorazione e arredo integrato realizzato dell’artista. Sulla villa (storia, curiosità e gossip) ho trovato un interessante articolo che potete leggere qui.

Dining-roomIn quegli anni Brangwyn era già molto apprezzato e richiesto come progettista e decoratore di interni, specialità che lo porterà nei decenni seguenti ad ottenere importanti commesse anche all’estero: per esempio in Canada nella Rotunda of Manitoba’s Legislative Building e negli Stati Uniti nel Foyer del Rockefeller Center. Sì, proprio il Foyer del famoso murales contestato e poi cancellato di Diego Rivera, dopo il quale nel 1934 Brangwyn era stato contattato.

Le grandi decorazioni murali per le quali è diventato famoso, quelle che si sono salvate e che possiamo ammirare ancora oggi, sono ricche e scenografiche e non sempre furono apprezzate in modo unanime perché considerate eccessivamente colorate ed esuberanti; così avvenne per i 18 Pannelli dell’Impero Britannico, destinati alla House of Lords, a cui lavorò dal 1925 al 1933, che furono rifiutati e approdarono successivamente nella sala del Municipio di Swansea, nel Galles. Guardandoli oggi, pur apprezzandone la ricchezza decorativa, vi scorgiamo in effetti riferimenti stilistici tramontati. L’opera sembra il bel frutto tardivo di una stagione già terminata.

Confesso che i suoi grandi dipinti murali, soprattutto quelli degli anni Venti e Trenta al culmine della sua popolarità, mi lasciano un pò fredda, al contrario della sua corposa ed affascinate opera grafica (acqueforti, acquetinte, litografie, xilografie, ma anche una moltitudine di disegni a sanguigna o a carboncino). Stupisce la poliedricità dei mezzi artistici che ha utilizzato e soprattutto la diversità di accenti di questa produzione, in particolare le acqueforti, che sembra quasi espressione di un’altra personalità artistica, più attenta al taglio della composizione, all’essenzialità del tratto, alla forza della luce. Le sue incisioni, tra l’altro, hanno soggetti radicalmente diversi: le grandi figure, le esuberanze floreali e decorative lasciano il posto agli scorci delle molte città da lui visitate, brulicanti di operosità umana. Di pittoresco, fastoso e scenografico non c’è alcuna traccia e questo, a mio parere, le rende molto più sincere.

Un vero camaleonte, il nostro Sir Frank Brangwyn, che in questa produzione rivolge la sua attenzione soprattutto ai luoghi del lavoro e all’umanità che li popola: le banchine dei porti, i cantieri in costruzione, le darsene, le fabbriche, i mercati. Talvolta il soggetto  dei suoi disegni e delle sue incisioni sono edifici monumentali e imponenti intorno ai quali non manca mai la presenza umana, un brulichio di umanità indaffarata che si muove sotto cieli plumbei squarciati da lampi di luce, velati di nebbia o avvolti dal fumo. Visioni grandiose ed evocative, frutto dei ricordi del giovanile vagabondaggio per il mondo.

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Delle sue abilità come disegnatore ed incisore se ne accorse anche uno dei nostri maggiori critici d’arte ed appassionati di grafica del tempo, Vittorio Pica, che gli dedicò uno dei suoi saggi sulla rivista curata dall’Istituto italiano d’arti grafiche di Bergamo Emporium nel 1908 (qui ) 

(…) nelle varie acqueforti bellissime (…) riesce sempre a farsi ammirare, tanto per la robusta ed a volte rude efficacia del segno e gli accorti contrasti delle luci, quanto per l’ardimentosa originalità della visione e per l’impressionante potenza d’evocazione del vero. (…) sterratori, falegnami, fabbri, mattonai e scaricatori (…) posseggono qualcosa di grandiosamente epico ed anche di drammatico, che ne fa, prese insieme, una specie di poema pittorico del lavoro moderno (…)

Per i collezionisti è abbastanza facile trovare in vendita le sue acqueforti, che sono numerose e non particolarmente care, se non quelle di grandi dimensioni. Non sempre sono firmate a matita fuori dall’inciso e comunque, nelle mie e in quelle che ho visto in rete, manca sempre il riferimento al numero di tiratura. Presumo che siano comunque tutte tirature originali e non postume, visto il calo di popolarità successivo alla sua morte nel 1956. L’acquaforte che ho postato, del 1919 (una delle tre sue che possiedo), raffigura La Nuova Borsa di Parigi in costruzione ed è presente nell’unico catalogo ragionato della sua opera grafica di cui ho trovato traccia, quello di W. Gaunt, del 1926. Non sembra esserci nulla di più recente. Per chi volesse ulteriori prove della capacità straordinaria di disegno di Brangwyn, è consultabile in rete (qui) una pubblicazione del 2015 sulla collezione di suoi disegni di proprietà di Father Jerome Esser. Per finire una chicca: un documentario/intervista degli anni ’50 che ce lo fa conoscere ormai anziano, ma ancora arzillo e sorridente . Lo posto in fondo all’articolo, dopo le mie due altre grafiche.

Frank Brangwyn – Building the New Bourse, Paris – 1919 – acquaforte e puntasecca – tiratura 125 esemplari – Gaunt number 262 – firmata a matita in basso a destra
Frank Brangwyn – Litografia a tre colori – all’interno di “Apple
Frank Brangwyn – Fishmongers’ Hall – Acquaforte in seppia – firmato in lastra

 

 

 

 

 

 

 

 

 


			

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