LUIGI ROSSINI la passione per l’architettura

https://multiplodautore.files.wordpress.com/2018/06/dsf2835c-e1551024308191.jpgL’articolo di questa settimana è dedicato ad un incisore ottocentesco non molto noto, Luigi Rossini (1790-1857), del quale possiedo La veduta del prospetto dell’arco di Giano del 1820. Le sue incisioni di rovine archeologiche e monumenti romani ricordano molto quelle di Piranesi: i soggetti sono gli stessi (spesso addirittura ripresi con la medesima inquadratura prospettica); le accomuna l’identica esattezza topografica, la passione per il riferimento archeologico e il chiaroscuro accentuato. Ce lo conferma anche Filippo Mordani, nella sua biografia dell’artista del 1865:

Seguace dell’eccellente Piranesi (…) Illustra le antichità romane rinnovate per i recenti scavi (…) Ebbe la buona ventura di potere, mediante le nuove scavazioni, disegnare i monumenti quali oggidì li vediamo.

Le sue acqueforti, pubblicate dal 1817 fino alla fine degli anni ’40, gli hanno permesso di acquistare una discreta fama, sostenuta peraltro anche da due favorevoli congiunture. Nei primi decenni dell’Ottocento i turisti stranieri alimentavano con continuità il mercato delle vedute-ricordo della città eterna e le incisioni di Rossini costituivano una valida alternativa a quelle di Piranesi, sempre più rare sul mercato romano da quando il figlio Francesco, nel 1799, aveva portato in Francia i rami (torneranno a Roma solo nel 1839, quando il Papa li acquisterà per la Calcografia Camerale dalla casa editrice parigina Firmin Didot). A Roma, inoltre, iniziavano proprio in quegli anni i primi scavi archeologici dei Fori Imperiali e Rossini, con le sue incisioni, si ritrovava ad essere, di fatto, il cronista delle nuove scoperte. Il mercato dell’arte che ruotava intorno al Gran Tour era florido: a Roma nel 1835 (in una Roma di soli 160.000 abitanti) si contavano ben 22 negozi di vedute/incisioni ad uso dei turisti. Non pensate però che le vedute archeologiche dei monumenti romani di Rossini fossero allora considerate un ripiego: ho letto con stupore che nel 1842 erano vendute allo stesso prezzo di quelle di Piranesi e che spesso erano addirittura più apprezzate dal pubblico ottocentesco perchè meno “fantasiose”.

Anche oggi ci appaiono meticolose nella definizione del dettaglio architettonico, esatte dal punto di vista topografico seppure vagamente inclini al pittoresco, certamente meno innovative di quelle del suo maestro ispiratore, non foss’altro per il fatto di riproporre schemi già collaudati. Il loro rigore documentario è appena attenuato dalla presenza delle graziose figurine popolari di mano di Bartolomeo Pinelli, abile e affermato disegnatore dei costumi folcloristici e della vita popolare romana del primo Ottocento, che collaborò con lui dal 1818 al 1835. Le collaborazioni tra artisti erano molto frequenti allora, non bisogna stupirsi di queste opere a quattro mani; nel caso di Rossini la ricerca di collaborazione per il disegno delle figure era giustificato dalla sua biografia, come vedremo. Era infatti arrivato all’incisione in modo un po’ obliquo, con una preparazione da quadraturista (con questo termine si indicano gli artisti che, soprattuto negli affreschi, si occupavano delle ambientazioni architettoniche, prospettiche e perfettamente illusionistiche), senza avere quindi una formazione specifica come pittore.

Il sogno nel cassetto del giovane Rossini, che da Ravenna si era spostato a Bologna per frequentare l’Accademia di Belle Arti, era infatti un futuro da architetto. Ed era anche molto bravo, a leggere il commento del 1811 di Giovanni Antolini, esimio architetto, ingegnere ed urbanista neoclassico, allora fra i più quotati d’Italia (autore del primo progetto – costoso, troppo rivoluzionario e quindi mai realizzato – per il Foro Bonaparte di Milano), nonchè suo professore: mostra gran genio, ha buona disposizione e pone molta attività. Infatti nel 1813 riesce a vincere il Primo Premio per l’Architettura nel concorso promosso dal Regno Italico di Napoleone Bonaparte, che prevedeva una borsa di studio di tre anni per il soggiorno/studio a Roma. Il nostro Rossini però non è fortunato: appena arrivato a Roma, la caduta di Napoleone fa decadere anche la sua borsa di studio; dopo un periodo di grave povertà e incertezza sul suo futuro, viene salvato dall’intervento provvidenziale di Canova, che crede nel giovane aspirante architetto e riesce a fargli riconfermare la borsa di studio. Il giovane Rossini riesce così a continuare gli studi e nel 1816 vince ancora una volta il concorso annuale per studenti dell’Accademia con disegni eseguiti con precisione ed intelligenza, scrive lo stesso Canova, che qualche tempo dopo gli chiederà i disegni per il Tempio di Possagno, confermandogli in questo modo la sua stima personale.

Rapidamente però Rossini si rende conto che entrare nel giro degli architetti a Roma, per un provinciale dotato di scarsi mezzi e non proveniente da una famiglia di architetti, era impresa ardua e con poche speranze di successo, che per avanzarsi in tal genere abbisognavano forti impegni, aderenze e cortigianerie, scrive in una lettera (e qui, da ex architetto, ho sorriso amaramente pensando a quanto poco in duecento anni siano cambiati in Italia i meccanismi di affermazione delle carriere artistiche). Per entrare nei milieu che contano, a nulla apparentemente gli vale essere il cugino di Gioacchino Rossini, che negli stessi anni raccoglieva grandi consensi come compositore. Ecco così che nasce l’idea di proporsi come incisore di vedute architettoniche.

Il successo arriva subito e cresce parallelamente al numero di raccolte pubblicate, 11 in totale, per complessivamente più di un migliaio di tavole (Raccolta delle antichità romane, Antichità di Pompei, Archi trionfali, Sette colli di Roma antica e moderna, Scenografia di Roma moderna Viaggio pittoresco da Roma a Napoli le più importanti). Ironia della sorte, la fama acquistata negli anni come maestro incisore e profondo conoscitore di archeologia lo porta nel 1847 ad essere nominato Professore di merito dell’Accademia di San Luca, proprio in Architettura. I riconoscimenti che gli vengono tributati negli ultimi anni di carriera non addolciscono comunque alcune amare riflessioni sulla sua carriera:

(…) non ebbi mai alcun incoraggiamento dal mio governo benchè nella mia arte mi sii reso unico in Roma e sii stato l’unico superstite pensionato architetto dello Stato Pontificio. E la mia fortuna e sussitenza la devo tutta alla Gran Nazione Inglese e alle altre oltremontane, poichè qui non regna che cortigianismo ed ignoranza.

Oggi è riconosciuto dalla critica come l’ultimo grande illustratore delle meraviglie di Roma e Pompei dopo Giuseppe Vasi e Giovanni Battista Piranesi, prima dell’avvento della fotografia, ma la sua notorietà è in calo e circoscritta a pochi specialisti: le sue scenografiche e meticolose vedute si riescono ultimamente ad acquistare alle aste per cifre molto contenute. Pur essendo l’ennesima riproposizione di un genere che aveva già espresso il suo vertice nel secolo precedente, riconosco loro la capacità di trasmettere la sincera passione per il dato archeologico e l’amore per l’architettura in tutte le sue forme.

Per chi volesse documentarsi:

Luigi Rossini incisore. Vedute di Roma 1817-1850, catalogo della Mostra organizzata a cura della Soprintendenza ai musei, gallerie, monumenti e scavi del Comune di Roma, Gabinetto comunale delle stampe, 1982

Luigi Rossini (1790-1857) incisore: il viaggio segreto a cura di Maria Antonella Fusco, Nicoletta Ossanna Cavadini – Catalogo della Mostra tenuta a Roma e a Chiasso nel 2014.

Luigi Rossini - Veduta dell'ingressso dell'arco di Giano - 1820
Luigi Rossini – Veduta del prospetto dell’arco di Giano T.54 – 1820 – Acquaforte – appartenente alla serie Le Antichità Romane in 101 vedute – lastra mm 448 x 522 su carta pesante non vergellata senza filigrana

Per amor di cronaca va detto che pochi anni dopo la pubblicazione di questa incisione di Rossini, nel 1827, l’Arco di Giano fu “restaurato” e riportato alla sua forma originale, così come oggi lo vediamo, senza l’attico di epoca medievale che sormontava il coronamento, secondo l’idea tutta ottocentesca che le architetture andassero ripulite delle superfetazioni successive.

arcodiGiano

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